Invisum I. Dono

Gianna non voleva uscire.

O piuttosto, non voleva essere inzuppata dalla pioggia che innondava tutto il Ticino. Da qualche giorno, le rane schiacciate dagli automobilisti abbondavano sulle strade. Il lago aveva preso il colore del fumo e il suo livello si era alzato abbastanza per preoccupare la popolazione. Le selve erano piene di palta, di quella che attraversa i vestiti fino alle ossa e un vento freddo soffiava nelle valli, intrufolandosi in ogni interstizio esistente. Per di più, faceva un freddo da cane. Non abbastanza freddo per la neve, ma sufficiente per sentirsi gelidi dopo una decina di minuti all’aperto.

Gianna non poteva uscire.

Da qualche giorno, il suo telefono squillava quasi senza interruzione. Ognuno richiedeva il suo aiuto, richiedeva il suo dono. Perché Gianna era una guaritrice, una sciamana. Deteneva un segreto tramandato di madre in figlia da generazioni, un vestigio di tempi più selvatici. Poteva attenuare il dolore fisico delle persone, attenuava il fardello di quelli che soffrono. Ma c’erano regole: Gianna si limitava ai casi veramente gravi e alla terra dei suoi antenati. Per di più, il suo numero ce l’avevano solo gli ospedali della regione. Altrimenti si sarebbe velocemente ritrovata con il mondo sulle spalle, tutti volendo sottrarsi alla sofferenza, anche a quella benigna che insegna la pazienza, la prudenza e la natura del nostro mondo. Ma da quando la pioggia era cominciata, gli ospedali si erano impazziti. Era come se il tempo avesse un influsso sulle persone, sulle loro anime. Forse l’assenza di sole rendeva il dolore più arduo da sopportare. Magari la gente era più incline a ferirsi. Non era la prima volta comunque, Gianna l’aveva già notato da tanti anni. L’uomo faceva parte del mondo; ai pianti del cielo rispondevano le lacrime dell’uomo. L’universo era uno e multiplo.

Gianna doveva uscire.

Staccò il telefono, non ne poteva più.

Qualche anno fa, si sarebbe sentita colpevole, avrebbe vegliato tutta la notte e si sarebbe spinta fino alla soglia della sua vita per potere aiutare gli altri. Adesso sapeva che non poteva tutto, che il suo dono era conforto, scintilla di speranza. E non intervento primordiale. Portava il bene, alleggeriva ma non poteva fare sparire l’avversario o affrontarlo al posto dei malati. Era luce e non scudo. E poi, sapeva che per occuparsi degli altri, si deve anche occuparsi di se stessi.

Dunque tolse la spina del telefono.

Il silenzio tornò nel suo appartamento. Gianna sentì i battiti del proprio cuore nel petto. Una fuga di Bach. Si sedette su una poltrona e aspettò che la tempesta si calmasse.

Dopo qualche minuto, si alzò e si recò in bagno per prepararsi. Questa sera vedeva sua figlia.

Di fronte allo specchio, osservò il proprio riflesso. I suoi lunghi cappelli castani striati d’argento, i suoi occhi marroni, il suo corpo ancora snello, le grinze sul suo volto. Il suo aspetto le piaceva e non si truccava più, preferendo lasciare fare la natura.

Prima di partire, si mise però un po’ di rossetto sulle labbra: aveva il suo orgoglio.

Dopodiché infilò le sue scarpe e il suo mantello ocra, arrotolò la sua sciarpa variopinta intorno al collo e passo la soglia.

Gianna uscì.

2 Comments

Leave a Comment

Votre adresse de messagerie ne sera pas publiée. Les champs obligatoires sont indiqués avec *