Invisum II. Sole

L’aria era fredda, umida. Il diluvio si era calmato, era diventato una acquerugiola. L’acqua non penetrava più nei vestiti, ma fluttuava nel cielo seguendo la direzione del vento; le gocce finivano quasi a malincuore sui mantelli dei viandanti. Le nuvole erano aureolate dal pallore della luna e delle stelle; spettatrici nel momento.

Dopo qualche istante, Gianna entrò nel borgo del lungolago. Camminò in silenzio sulle viuzze selciate, scese le scale di granito, costeggiò la chiesa di San Rocco e pervenne su una piazzetta illuminata dal fuoco da qualche lampione. Gianna si diresse verso un’osteria nascosta in un vicolo laterale.

Entrò.

Fu subito circondata dal calore accogliente del locale, dai profumi di legna e di sugo e dalle risa dei clienti. Fece un cenno della testa al vecchio Giovanni, il padrone del luogo, e attraversò la locanda fino a un tavolino del fondo, un po’ in disparte. Si installò su una delle due sedie, lanciò uno sguardo alla sala e si abbandonò a una lettura attenta del menu.

Dopo alcuni minuti, posò la carta davanti a lei, si guardò intorno ancora una volta e si mise a giocare con la saliera. La girava, la scuoteva e la faceva volare entro le sue mani. Destra. Sinistra.

Così dal nulla, sussultò sulla sua sedia. Una corrente d’aria si teneva al suo fianco.

Paola. Sua figlia.

Le due donne si abbracciarono e Paola si sedette di fronte alla madre.

Gianna lasciò il suo sguardo scorrere su Paola. I suoi capelli castani, che teneva corti da parecchio tempo, il suo profilo slanciato, gli occhi verdi, il tatuaggio maori sul braccio. Gianna era sempre sconcertata da quest’impasto di familiarità e di sconosciuto, da questo chiaroscuro che emanava dalle persone che si pensa conoscere.

– Come stai? disse alla figlia.

– Bene grazie. E tu?

– Bene grazie. Tanti telefoni questa settimana. Forse per causa della pioggia. E tu? Tanti concerti?

– Normale. La tournée in Germania è andata bene. Tranquilla. E adesso incominciamo un nuovo programma.

Dopo questo scambio banale, le due donne entrarono nel vivo della serata. Gianna parlò della gente, delle chiamate sempre più insistenti, delle voci che soffrivano, delle foreste che morivano. Paola parlò dei suoi concerti, del suo contrabbasso, di uomini, del jazz. Sempre meno ascoltato, il jazz, ormai sostituito da una musica senza anima.

La serata si svolse lentamente tra discussioni serie, bicchieri di Merlot, scherzi, insalate miste, fanfaronate e pasta asciutta. Gli capitava di litigare, talora non arrivavano nemmeno al piatto principale, talora pianti, grida o rimproveri costellavano il sentiero delle loro serate. Ma questa sera non faceva parte di quelli lampi tristi. Le due donne potettero giungere persino al dessert.

Quando il cameriere portò i dolci (tiramisù), Paola si fece più seria, impensierita.

– Mamma. Ti ricordi di Pietro?

– Quello con cui eri dieci anni fa? Quello che suonava con te?

– Sì. Proprio lui.

– Non dirmi che vi siete rimessi insieme. Acqua passata non macina più …

– Mamma! la interruppe Paola. Lui … Lui è morto. L’ho saputo la settimana scorsa. Me l’ha detto un vecchio amico che avevamo in comune. Pietro ha fatto un aneurisma cerebrale. Non ha potuto fare niente. E morto sul colpo.

– …

– Non dici niente? Io ci sono rimasta malissimo. Chi ci pensa alla morte? Io no. Ed ecco che sorge all’improvviso.

La madre considerò sua figlia, il tremito delle sua mani, la sua schiena piegata. Tormento.

– Paola! Ti ricordi di ciò che diceva papà? Forse no, eri troppo piccola quando se n’è andato. Io ci penso però tutti i giorni, quando chiamano gli ospedali … Lui diceva che la morte è nube, ombra, velo. Cela il sole un istante, lo cambia, lo trasforma. E dopo il passaggio, riappare, immutabile. Non ha smesso di esistere.

Attorno agli occhi di Paola, un alone. La madre proseguì.

– Ricordatelo. Non c’è niente che possa annientare il sole.

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