Invisum VI. Chiavi

Gianna cammina accanto all’acqua.

Non pensa, non risente, non fa. Solo importano i suoi passi, le sue gambe, i suoi piedi. In movimento. Uno dopo l’altro. 

Pian pianino, lascia la città dietro di sé. La strada sparisce, le case sono solo un ricordo, i rumori svaniscono. 

Entra in una selva oscura. Grandi nuvole grigie mascherano il sole; la luce non riesce a raggiungere il sottobosco. Il sentiero è quasi nero, le foglie si fondono nell’ombra dei castagni. 

Dopo essersi abituata alla penombra, Gianna è assaltata dal profumo umido del muschio, da quest’aria fredda, da quest’odore di terra e di humus e del canto degli uccelli. Sono pochi ma i loro arpeggi tranquilli si rispondono creando una musica minimalista avvincente. 

Gianna calca il ritmo dei suoi passi su quello dei cantanti silvani. 

Arriva in una radura e si siede su una panchina malandata. Chiude gli occhi. 

Fa il vuoto dentro di sé. Dimentica le sue preoccupazioni, i suoi pensieri. 

È. 

Ed è già tanto. 

Apre gli occhi. 

E tutto nuovo, diverso, intenso. 

Gianna si alza, si stira le membra, sbircia il cielo pallido e si siede di nuovo. 

Da sotto il suo mantello, tira fuori un foglio piegato in quattro dal suo mantello. L’articolo di uno scrittore ticinese. 

Lo apre. Fruscio della carta. E comincia a leggere. 

Il mondo è complesso. 

Splendido, patetico, chimerico e surrealista; le nostre opinioni, il nostro giudizio sono determinati da ciò che siamo, da dove siamo e da ciò che facciamo. 

Oggi però, siamo tutti confrontati a un nemico impalpabile. Corona. Le generazioni attuali vivono una situazione comune a tutti che non fa caso né dell’età, né della provenienza, né del colore della pelle, né dell’ambito sociale. 

Questo scontro, inedito fino ad ora, provoca reazioni diverse, riflessioni opposte, sentimenti vari e interrogazioni. 

Come vivere con questo virus? Qual è la diritta via? Chi possiamo vedere ed incontrare? Dove possiamo andare? Quando dobbiamo restringersi alle misure raccomandante? E soprattutto, chi decide di che cosa possiamo o non possiamo fare? 

A queste domande non c’è una risposta ma ben una pluralità di opinioni. I medici non hanno gli stessi argomenti dei politici; gli operai non diranno la stessa cosa degli impiegati; la voce dei giornalisti non sarà quella degli scienziati. 

Però, se questi punti di vista vengono più o meno rappresentati, c’è una voce che resta spesso nella penombra. Quella che scrive.

Alla domanda della diritta via, non può rispondere direttamente. Alle persone che vogliono raggiungere gli alti cieli, non fa vedere le cime ma mostra l’inizio del sentiero e il modo di fare i primi passi.

Come sapere ciò che è giusto? 

Innanzitutto, la riflessione. Ciò che fanno tutti non basta. La soluzione del vicino non è per forza quella che fa per sé. Interrogare il mondo che ci circonda! 

Poi, l’intuizione. Dopo avere pensato a tutto più volte, si raggiunge un punto al di là della riflessione. Il pensiero si ferma dove l’intuito comincia. 

Dopo, la fede. Credere a ciò che si fa, dice e pensa. Come può uno avanzare se cambia direzione ad ogni metro? 

Finalmente, l’apertura. Sapere ascoltare, accettare e a volte riprendere il pensiero dell’altro. 

Quattro chiavi che menano sulla diritta via. 

Quattro chiavi e un equilibrio sostanziale da trovare tra di esse. 

Quattro chiavi e una citazione di Dante. Uomini siate e non pecore matte

Dopo la lettura, piega di nuovo il foglio e se lo mette in tasca. 

Poi, si alza e lancia lo sguardo verso il cielo. Il grigio di prima è diventato bianco. Le nuvole sono percosse da lampi dorati. 

E quattro chiavi brillano nella mente di Gianna.  

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