Invisum VII. Innesco

̶ Pronto?

̶ Buongiorno, sto parlando con la guaritrice? È una voce grave e vivace da cui emana un calore intenso.

̶ Buongiorno, con chi sto parlando? Gianna, incuriosita, aggrottando i sopraccigli.

̶ Scusi, scusi. Non mi ha riconosciuto? La voce prende un tono più profondo. L’ho chiamata qualche settimana fa. Tossivo tantissimo e facevo fatica a parlare al telefono.

̶ Certo che me lo ricordo. Mi rammento di ogni telefonata. È solo che la Sua voce è assai diversa oggi. Non l’avevo riconosciuta … Il viso di Gianna si distende, diventa liscio e insondabile.

̶ È perché sto meglio. Emozione percettibile nella voce dell’uomo. Le parole proseguono a scatti. E lo devo a Lei. Volevo ringraziarla per il Suo aiuto. La voce si riprende, si concentra. La tosse è diminuita nettamente e ho potuto riposarmi abbastanza per riprendermi. È stata una fase buia. Che stanchezza! Durante una settimana ho alternato tra sonno, dormiveglia, incubi e panico. Ho pensato morire più volte … L’uomo fa una pausa, cerca i ricordi del passato. Nei rari momenti di tregua, ho cercato di leggere. Mio figlio mi aveva inviato una raccolta di poesie in diverse lingue. Una in particolare ha attirato la mia attenzione. Un sonetto di John Done.

Death be not proud, though some have called thee
Mighty and powerful, for thou are not so.

Questi versi parlavano di me, di noi. Il tono si fa riflessivo, filosofico. Le parole si seguono in un tempo più regolare. Spesso vediamo la morte come qualche cosa di potente, di elevato. Invece non è niente di tutto ciò, è solo un momento che passa. Nei momenti più difficili, quando la sentivo intorno a me, non mi sentivo né impaurito, né prepotente. Solo deluso che potesse già venire perché sento che ci sono ancore tappe sul mio cammino di vita. Questa malattia è dunque stata un innesco … Adesso sono guarito. Sole nella voce dell’uomo. Dopo avermi tenuto in osservazione, son potuto uscire dall’ospedale due settimane fa. E questa guarigione la devo anche a Lei e al Suo dono. Senza di Lei, non so che cosa sarebbe successo.

Gianna resta senza voce, senza fiato e senza prontezza. I suoi occhi diventano umidi e luccicanti. Si passa velocemente la mano negli occhi.

̶ Grazie. Grazie per il Suo telefono, le Sue parole, la Sua storia. Parla come un ruscello di montagna. È raro che un paziente mi richiami. Sono felice di averla potuto aiutare. Con la malattia e con la vita …

E dopo qualche ultima parola, gratitudine contro gratitudine, il dialogo finisce per spegnersi e ognuno si ritrova di fronte a se stesso. Ma non soli. Perché non siamo mai veramente soli. Ci accompagna sempre il ricordo di ciò che fu.

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